martedì 5 giugno 2012

Al lavoro terremotati!



Non so voi, ma io mi sono letteralmente rotta le palle della storia degli emiliani lavoratori che rinunciano volentieri al pane ed al letto pur di andare a lavorare sopra le macerie e sotto le travi che cadono.

Tutto questo viene pubblicato e detto, quindi letto e ascoltato dalla me che conosco bene la situazione che fino a qualche giorno fa mi circondava. Ed io so che non è questa la verità.

Certo che gli emiliani, come la stragrande maggioranza degli italiani, vuole lavorare, se non altro perché senza non vive. Nel nostro territorio, come in tutta Italia, il lavoro era calato  causa crisi, causa eccessiva prudenza. Una grossa azienda del tanto decantato biomedicale sta chiudendo, è questione di qualche tempo. Le abbiamo viste tutti le bandierine della CGIL  piantate all’ingresso di questa azienda.

Io stessa, alla ricerca di un lavoro, spesso mi sono sentita rispondere che l’azienda aveva chiuso o che non potevano permettersi nuove assunzioni.

Detto questo è certo che, fino a quel maledetto 20 maggio, il tran tran degli abitanti della bassa modenese era quello normale di tutti i giorni: casa, lavoro.

Adesso le cose sono molto cambiate, com’è ovvio immaginare ma, a sentire la tv ed anche qualche politico nostrano invasato, sembra che l’unico problema dei terremotati sia quello di raggiungere tutte le mattine, dopo aver passato una bella notte ristoratrice in macchina o sotto una tenda e col trauma dei ripetuti terremoti, ancora e chissà per quanto, ben scolpito nel cervello, il proprio posto di lavoro che adesso, tra le altre cose, se pure c’è ancora,  è un tendone o il fantasma macilento di quello che era.

Certo, lo so che senza lavoro non si va avanti, ma a volte è necessario del tempo per ripartire.  Il terremoto è una questione umana, dopo e solo dopo, economica. Le persone devono essere messe in condizioni di tirare avanti per un po’ senza pensare ad altro che a riprendere come non mai in una dimensione esistenziale a misura d’uomo . Poi, piano piano, arriva il resto.

Sono morte delle persone perché, a distanza di una settimana, gli emiliani non vedevano l’ora di tornare a lavorare. Ebbene: NO. Chi ha parlato con questi lavoratori sa bene che avevano paura di tornare sul posto di lavoro, che non volevano, che sono stati “obbligati” a farlo.

E adesso, con tre terremoti in meno di quindici giorni alle spalle, tutte ‘ste formichine terremotate che fanno la fila per un posto in fabbrica io, onestamente, non le vedo. E spero con tutto il cuore che, se qualcuno ha delle responsabilità, paghi profumatamente.

Un’altra cosa: a furia di dire che siamo un popolo che si risolleva da solo, che ce la fa, che è tosto,  molta gente pensa che non valga la pena aiutarci. Tanto, ce la caviamo da soli, no?