domenica 19 aprile 2009

RINASCERE SU UNA PANCHINA






 






Film strano Caos Calmo. Strano come il suo titolo.


O caos o calmo.


Ed invece è sorprendente, ma forse neanche tanto vista la sua bravura, come Nanni Moretti riesca a farci penetrare nello sconvolgimento totale dell’ esistenza apparentemente anestetizzata di Pietro Paladini, travolto da un dramma profondo: una moglie che muore all’improvvviso e la scoperta che di lei non sa quasi nulla.


Un matrimonio come tanti, adagiato nella quotidianità, nell’assenza di preoccupazioni gravose, il cui unico punto fermo è determinato da Claudia (Blu Yoshimi), la figlia.




All’improvviso Pietro viene assalito dalla paura di perderla, decide quindi di fermarsi ad aspettarla su una panchina dopo il primo giorni di scuola. Rimarrà su quella panchina per diverse settimane.


“Non sto seduto qui, su questa panchina, mi muovo”- elabora, in questo particolare modo, il suo lutto.


Il personaggio sembra soffrire più per la mancanza di emozioni nei confronti della scomparsa della moglie, che per la rivoluzione che questo tragico evento comporta nella sua vita.


Ed aspetta un dolore che non arriva.


In compenso si crea un microcosmo di persone con cui Pietro interagisce: capi e colleghi, il fratello, la ragazza che porta a passeggio il cane, la cognata, il bambino down, la donna salvata da lui.


In quel luogo di distensione, con i grandi alberi che fanno da cornice, Pietro trova conforto.


I suoi compagni di lavoro riversano su di lui frustrazioni, aspettative, chiedono consigli, propongono, fanno pressioni.




E lui rimane lì, imperterrito, a dire che delle loro offerte non gliene frega niente. Solo alla fine la sua attesa acquisirà un senso: imparerà a scendere a patti con se stesso.  


Considerazioni tinte di rosa shokking:


Pietro Paladini è un privilegiato: ricco, stimato sul lavoro, può permettersi di inserire la pausa nella sua vita.


Le disgrazie, i brutti momenti, i blues, capitano a tutti. Non sarebbe una società più umana, giusta, comprensiva, se potessimo prenderci il tempo di cui abbiamo bisogno per risollevarci?


Ci risparmieremmo tonnellate di psicofarmaci “stampella” se potessimo, in certi frangenti, fermarci per un po’, guardarci dentro, coltivare il silenzio, circondarci dagli affetti più cari.


La verità è che è sempre e solo una questione di posizione, di prestigio, di denaro.


I soldi non fanno la felicità… figuriamoci la povertà, diceva qualcuno.


A noi comuni mortali, ma solo in caso di lutto stretto, ci spettano tre giorni di permesso dal lavoro.


TRE GIORNI, okay?


Se ne vuoi degli altri, o ti fai venire in fretta un’influenzina e mandi tempestivo certificato oppure chiedi permessi non retribuiti. Ma devi avere le spalle coperte quindi siamo sempre lì.


Darti le ferie è a discrezione dell’azienda.


Se poi sei giù per altri motivi che possono comunque essere gravi, non te lo sognare neanche di startene tranquillo e se ti prendi qualche giorno di malattia, occhio, che non si sappia sul lavoro, se no vieni tacciato per sempre come depresso o esaurito e ti saluto.


Tra l’altro, amici, parenti, colleghi, ti ripeteranno che devi “riprender la tua vita”, e  la “tua vita” non è altro che andare al lavoro.


Ammazzati di lavoro e non pensare.




I fortunati, che pur nella sfiga più nera, possono decidere di metter gli stop alla propria esistenza sono sempre i privilegiati, quindi.


L’attore hollywoodiano alcolizzato che capisce di essere al limite va in una casa di cura di lusso fino a data da destinarsi; il calciatore strafatto entra in una clinica privata a cinque stelle e ne esce dopo mesi come nuovo; l’industriale colpito da grave lutto si rifugia alle Mauritius (nessuno gli ridarà il caro estinto, ma vuoi mettere?).


Pietro Paladini, manager, rinasce sulla  panchina di un parco. Capi e colleghi vanno a trovarlo lì se hanno bisogno. A lui non importa un fico secco di essere licenziato.


È benestante.


Si ferma, si prende il suo tempo.


Il lavoro è l’ultimo dei suoi pensieri.                               


Approfondimento:


i congedi parentali: qui

14 commenti:

  1. Sono d'accordo con te: tre giorni di congedo per la morte della moglie sono una vergogna.

    Non si fa neanche in tempo a cominciare a festeggiare.

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  2. Ho visto il film l' altra sera: è veramente bello. Vi ho notato soprattutto una sottile indagine psicologica, forse perchè avevo letto buona parte del libro che, ovviamente. è molto più approfondito. A un certo punto l' avevo lasciato perchè un pò troppo pesante per il mio momento di lettura (quando sono già stanca).
    La tua osservazione sul congedo può essere pertinente, ma secondo me, nel comportamento del protagonista l' autore vuole sottolineare il totale capovolgimento dei valori che può
    far seguito a un evento traumatico.
    Il titolo ne è la spiegazione "caos" rivolgimento "calmo" senza frastuoni esterni.
    Ciao

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  3. Danno i gg di congedo per la morte della coniuge? mumble, mumble...

    :*

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  4. Si, Censorina, certo. Il problema, però, è che per affrontare certi sconvolgimenti interiori (non sempre dettati da un lutto) ci vuole tempo.
    Che nessuno ha.

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  5. Ho sempre pensato che il lato più positivo del matrimonio fosse la vedovanza.

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  6. I film sono un mondo a parte..la vita è tutta un altra cosa...

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  7. Non sempre ho apprezzato i film di Moretti. Quest'ultimo mi è piaciuto molto. Un film più che strano, particolare.
    Ciao

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  8. Sono contento se questo film ti ha dato qualcosa di positivo. Contento per te, non per il film. Che a me non ha dato nulla di positivo, ma anzi tutto l'opposto.

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  9. Sai, Messier, è sempre un fatto soggettivo.

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  10. Il film (ed il libro) sono belli ed originali. Peccato che quello che è bello non sia originale, e quello che è originale non sia bello.

    Insomma, un romanzetto da sartine depresse ed un film da pseudointellettuali.

    Chi vuole capire cosa significa il dolore, si legga Carlo Emilio Gadda, e non queste bojate.

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  11. Il libro di Veronesi è molto bello e, non per togliere nulla a Gadda appena citato, ma ha il tocco originale della contemporaneità. Mi spiace che si legga come la storia di un privilegiato, anzi: appare in modo critico, come una persona cinica, un arrivista, messo in crisi da una tragedia. Come sempre, però, parlare del contenuto è molto semplicistico rispetto all'operazione complessiva che è soprattutto linguistica. Ho visto il tuo intervento nel mio blog: se un autore oggi ha qualcosa da dire e soprattutto ha un suo stile estremamente riconoscibile, viene premiato, stanne certa. Io ho parlato di una scrittrice di grande valore, Melania Mazzucco, che lavora a storie difficili, assolutamente controcorrente come quest'ultimo lavoro, frutto di una ricerca appassionante. Ci saranno anche molti bravi autori misconosciuti, come dici tu, ma io so che quelli come Mazzucco sono assai rari.
    Paola

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  12. Zannor: Pietro Paladini è un privilegiato perchè, nel momento in cui va in crisi, può decidere di fermarsi ed attendere con calma il cambiamento che avverrà.

    Per quanto riguarda gli scrittori: non sempre e non aprlo per me.

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  13. Anche a me il film è piaciuto. Non è un capolavoro ma un ottimo prodotto.

    Sapersi fermare, oltre a poterlo fare, non è da tutti. E' più "semplice" lasciarsi trascinare dalle cose.

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